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La figura della Morte nelle arti
Adamo ed Eva, dopo aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, vanno incontro ad una punizione certa: la morte. Sin dalla notte dei tempi, l’uomo si pone domande sul perché della morte, ricercando al contempo il senso stesso della propria vita. Nella nostra epoca, la morte è rimossa dalla quotidianità della nostra vita consumistica e secolarizzata ma è, nello stesso tempo, messa in bella mostra dai mezzi di comunicazione di massa, è esibita, palesata, spettacolarizzata. Nei secoli, la morte è rappresentata frequente- mente in opere laiche e sacre, nell’arte figurativa e in quella performativa.
“Danze Macabre - La figura della Morte nelle arti” è una rassegna che propone al pubblico bergamasco la rappresentazione della morte nelle discipline più disparate, quali: l’arte contemporanea, il fumetto, la fotografia, la poesia, la letteratura, l’arte popolare, la danza, il teatro d’attore e quello delle figure animate. L’occasione è il periodo di novembre, la fase dell’anno dedicata al culto e alla pietà dei defunti; lo scopo è riflettere in modo diverso dal solito sul limite che dà senso alla vita, e il mistero che ne costituisce il fondo. Per tutti: laici e credenti, praticanti e non. In questa sesta edizione, la rassegna
propone, oltre agli spettacoli con i burattini e le marionette, una mostra di dipinti d’arte naïf, selezione di opere realizzate dall’autore belga Pierre Lefèvre. Parole, voci e immagini per guardare alla luce del senso anche ciò che inquieta.
Bruno Ghislandi - Fondazione Benedetto Ravasio
Dorme sepolto e morde ancora
Le figure della Morte secondo Pierre Lefèvre
Pierre Lefèvre è un’artista belga istintivo e ribelle, respinge la profondità, applica prospettive molteplici e invertite, procede per stratificazione fino a occupare tutto lo spazio, rispettando nel contempo la leggibilità narrativa del soggetto. Aborrisce il vuoto e lo riempie con un tavolino, tre anatre o una pattumiera. Questa mania lo induce a utilizzare elementi di riempimento, come gli scacchi colorati sul pavimento, teschi o grandi sipari teatrali fino – per questo – ad aggiungere all’opera stessa un tono di “drammaticità”. Come ogni artista, tratteggia personali riflessioni filosofiche sulle tematiche esistenziali: la morte, il sesso e le peregrinazioni stesse tra thanatos e libido. Con semplicità. Gli interrogativi posti da Pierre non sono mascherati da alcun artificio. I sogni, le paure, i suoi fantasmi, le angosce sono gettati sulla carta in tutta la loro realtà, ingenuità o crudezza. Il tema della morte – rappresentato in questa mostra – si manifesta in modo ciclico nell’opera di Pierre Lefèvre e, con il tempo, diventa più presente. Per averla così spesso tratteggiata, si può credere che egli l’abbia quasi “addomesticata”. Lui si prende gioco della morte. Sotto il suo pennello, la morte non ha niente di macabro, anche quando si manifesta con i classici attributi: il lungo mantello e la falce la fanno apparire un fantoccio pronto a farci un dispetto. Nella sua opera visionaria, il “quotidiano” dell’aldilà non ha niente di ostile né di angelico; gli scheletri danzano, cantano e mangiano come fossero esseri viventi. In altri dipinti, la sua angoscia è più appariscente quanto la stessa paura del vuoto, del nulla che egli, innanzitutto, tremendamente teme. Per ritrovare una personale serenità, Lefèvre a volte dipinge - sopra a teschi, scheletri o personaggi sofferenti – spazi tondi con rappresentati all’interno nidi e uova o pulcini, chiari simboli di rinascita. Pierre ironizza in questo modo, fino al giorno della sua morte; e le sue macabre opere sopravvivono alla sua stessa esistenza.
Biografia
Nasce a Etterbeek (Bruxelles, Belgio) l’8 luglio 1926 da una famiglia di buona borghesia. Dal fisico gracile, è soggetto a continue attenzioni materne; ritenuto non adatto alle forme tradizionali di insegnamento, frequenta un istituto speciale di educazione. Senza qualificazioni professionali, a diciassette anni intraprende piccoli lavori saltuari in fabbrica intervallati da periodi di disoccupazione. A trentatré anni, è usciere e commesso in un ministero: lascerà tale impiego nel 1991. Si considera un “fallito” ma le sue aspirazioni trovano realizzazione nella pittura, arte da lui stesso definita “qualcosa che mi portava più in alto”. Si iscrive a corsi serali, seguendo lezioni frequentate - anche contemporaneamente - in accademie diverse. In vent’anni di corsi di disegno e pittura, acquisisce molte nozioni e tecniche ma è refrattario alle regole del disegno. Non concepisce i “vuoti” e interpreta - in forma del tutto personale - i parametri di riferimento nello spazio. Prospettiva, disegno dal vero, geometria e anatomia sono e rimangono per lui concetti “enigmatici”. Allo stesso modo, i suoi insegnanti lo considerano, come allievo, un vero “enigma”. Per Pierre, la pittura è molto più che un hobby, è la sua vita, la sua unica forma espressiva, la ragione della sua stessa esistenza. Disegna e dipinge fino alla vigilia della sua morte, sopraggiunta il 27 novembre 2005.
Il rapporto con il Musée d’Art Spontane
Il rapporto tra Pierre Lefèvre e il Museo di Arte Spontanea di Bruxelles - da cui provengono le opere proposte in questa mostra - è molto stretto. Negli anni ‘60, Pierre conosce la Signora De Neeff che condiziona in maniera determinante l’inizio della sua carriera artistica, lo incoraggia ad intraprendere l’attività fino a comprenderlo tra i fondatori del museo. Madame De Neeff, per sostenere artisticamente gli artisti, dà vita nel 1976 ad un’associazione. L’emanazione di questa esperienza è proprio l’attuale museo, riconosciuto oggi dalle autorità pubbliche francofone in Belgio sia per l’importanza della sua collezione - più di 900 opere - sia per il particolare approccio artistico. Il patrimonio del museo si inserisce nel movimento di arti non accademiche che vanno dall’art naïf a l’art brut e contempla diverse correnti - anche non codificate - di arte figurativa; l’artista “spontaneo” promosso dal museo è spesso un’autodidatta che - ignorando o rifiutando le regole convenzionali del disegno - inventa ed interpreta un proprio linguaggio plastico personale.
Altre opere di Pierre Lefèvre sono esposte fino al 30 giugno 2011 in Belgio, nell’ambito della mostra “Le BEAU, Le BRUT et Le NAÏF”, presso gli uffici de la Commission Communautaire Française ubicata al 42, Rue des Palais 1030 Bruxelles.
Provincia di Bergamo, Spazio Viterbi via Torquato Tasso, Bergamo
18 Novembre 2010 • 9 Gennaio 2011
Da Martedì a Venerdì ore 15.00 - 19.00. Sabato, domenica e festivi 10.00 - 12.00 / 15.00 - 19.00
Domeni 12 10.00 - 12.00 / 15.00 - 22.00
Chiuso il Lunedì
Figure in nero
I burattini sfidano ancora la Morte, da sempre. Le teste di legno compiono gesta che qualsiasi mortale non può o non osa compiere. Tra queste, spicca Pulcinella - che alcuni credono che sia nato da un uovo deposto dal Diavolo - affronta la Morte, suo rivale per antonomasia e sconfitta a bastonate dall’invincibile fantoccio partenopeo con la maschera. Questa continua lotta tra Pulcinella e la Signora con la falce in mano si ripresenta ogni volta, da più di quattrocento anni. Altri “cugini” di Pulcinella hanno a che fare con l’Aldilà. Sulla maschera di Arlecchino c’è un mezzo corno, residuo di protuberanze infernali. Anche la maschera sul volto degli Zanni rimandano all’uomo selvaggio e bestiale che rifiuta la società e rimanda ad uno stato di “non-vita”, o meglio, a qualcosa tra vita e Morte. Gli spettacoli presenti nel calendario della sesta edizione della rassegna presentano, come è tradizione per Figure in Nero, l’eterno conflitto della vita, che porta a situazioni in cui è necessario fare i conti con la Morte. La disfatta di Roncisvalle rappresenta per mezzo di pupi, burattini a stecca e pupazzi l’estremo sacrificio degli eroici paladini dell’epopea carolingia. Gioppino e Pirù fanno i conti - in tre differenti rappresentazioni - con il Diavolo, il Signore delle Tenebre. E poi altri burattini sfidano la sorte nel castello della paura. Natalì affronta il dramma della propria solitudine sconfiggendo un terribile drago, metafora del tormento che vive dentro di noi. Infine le guarattelle, classiche forme narrative della tradizione napoletana - snocciolano l’esistenza di Pulcinella in piccole, grandi avventure.
Remo Melloni Bruno Ghislandi
 
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